Febbraio 2012
18 post
Feb 28
Feb 26
Scheduling activities.
If you are interested in following our activities inside Campus in Camps, here you are with the full calendar, under mantainance. A website will soon be ready. GO TO CALENDAR
Feb 24
Capire il fenomeno Dheisheh Camp.
In uno splendido articolo, Nasser Abourahme e Sandi Hilal rivelano le articolazioni del più grande Refugee Camp di Bethlehem e “fenomeno guida” sul tema del complesso rapporto tra Profugo e Cittadinanza. Qui si sta svolgendo il progetto Campus in Camps. Scarica il documento da qui.
Feb 23
Feb 23
“Spatial 
form 
can
 alter
 the 
future 
course 
of 
the 
very 
histories 
which...”
– Doreen Massey (1993) ‘Politics and space/time’ in Michael Keith and Steve Pile (eds.) Place and the Politics of Identity London: Routledge p. 159
Feb 22
Feb 22
Feb 22
Che cosa farai? →
Feb 20
Tempo.
gadžo: Parli di rapporto con la durata, qual è la viscosità del tempo a Dheisheh?
غريب: Scorre, dal momento in cui le visioni si sono aperte. La connotazione del Dheisheh non si è diversificata di molto nella qualità ambientale, perché i problemi a cui è soggetto sono gli stessi di tutti gli altri campi, ma le menti qui corrono sicuramente più veloci perché è maturato un dibattito vivace e aperto sul bene comune, che è un complesso sistema di desiderata individuali. Quando abbandoni un visione cristallizzata su urgenze del passato e di altri, il tempo cammina assieme alla maturazione di ciascuno...
gadžo: Immaginare di restare o sognare di tornare provoca effettivi scontri generazionali nelle famiglie o è una questione teorica? Hai delle storie per noi?
غريب: Penso che "teoria" non sia dissociabile da "realtà". La parola deriva dal greco e significa "guardare", "osservare". Ha a che fare con la visione. Articolandosi, questa visione ha arricchito anche l'immagine di sé che ciascuno può proiettare nel futuro, influenzando il proprio comportamento qui e ora. Concretizzarla però ti mette di fronte ad un governo normativo antagonista che rimescola le carte in continuazione e costringe ad una flessibilità ( o resistenza) mentale difficile da trovare altrove. Ti racconto due esempi. Naji, combattivo direttore di Al-Feneiq e uno degli artefici del miglioramento del campo, sostiene che se gli dessero la possibilità di tornare al suo villaggio d'origine lo farebbe subito e che la sua famiglia, se lo volesse, potrebbe seguirlo o rimanere tranquillamente dov'è, al Dheisheh, che nel frattempo si è trasformato nel più grande campo della West Bank... ma questo è un dettaglio. Oppure non è raro, pare, che gli anziani, in conversazioni familiari, dicano "e che ci ritorno a fare nel mio villaggio, la mia vita è qui... non voglio mica stare in mezzo a tutti quei sionisti!", per poi esclamare davanti alle telecamere, in veste pubblica "certo che tornerei subito!".
gadžo: Cosa sarebbe una cittadinanza senza nazionalità?
غريب: Grazie... questo è il grande tema del nostro indagare. Potremmo dibattere ore sul fatto che la cittadinanza è basata sui diritti e che questi ultimi dipendono dai contenitori nazionali, poche volte in grado di accompagnare la differenza di talenti e di urgenze individuali, piuttosto riducendo le possibilità orientandole in idee più mansuete e gestibili. Ma non è un caso se i Refugee Camps siano come "buchi nello spazio palestinese": sotto l'amministrazione dell'ONU dentro uno stato senza nazione... da un lato quindi sotto assistenza umanitaria e dall'altro sospesi da ogni diritto, se non una disperata e irriducibile auto-organizzazione. Preferisco chiudere lasciando aperta la tua domanda come una strada da costruire ma... se l'unica costante fosse il cambiamento?
Feb 19
Feb 16
“The development of camp affects the right of return. We are in the middle point...”
– Notes during “Urban research: the camp and the city”. Al-Quds University, conversations in Abu Dis.
Feb 13
Campus in Camps chiama Re:Habitat.
gadžo: ... mi hanno colpito molto le parole di S. - qualcosa che riconosciamo dentro, ma alla quale a volte non sappiamo se credere...
غريب: anche a me sorprende sempre questa capacità, in un contesto estremamente problematico, di mantenere un'autonomia etica e di pensiero. Quando si tratta di situazioni socialmente devastate, è facile aspettarsi un intervento di carattere assistenziale. La domanda tipica è "Sì ma chi sono i beneficiari delle tue azioni? State portando degli esiti concreti? O è pura ricerca intellettuale?". A. mi ha segnalato a tal proposito questo illuminante talk di Sarat Maharaj a Berlino http://youtu.be/QyTnzv1gymg
gadžo: anche noi, lavorando con i rom, ci siamo scontrati spesso con questa visione. Credimi, io penso sia fondamentale l'approccio sociale, ma si fa molta fatica a ottenere legittimità per i lavori che agiscano sull'immaginario, i cui beneficiari non sono quantificabili, qualificabili né misurabili in un tempo certo.
غريب: Operare su un'immagine del futuro significa anche offrire un ventaglio di pensabilità in grado di superare lo schiacciamento nel presente, come dice Adriano Zamperini (http://issuu.com/ReHabitat/docs/sispa_n11/1). Quando qualcuno per esempio commenta il lavoro di DAAR criticando la mancanza del classico repertorio del disagio palestinese, S. scatta rivendicando "ma io sono palestinese! Lo faccio principalmente per dare la possibilità di un futuro migliore a me e alla mia famiglia...".
gadžo: Su cosa state lavorando esattamente?
غريب: L'obbiettivo di Campus in Camps è offrire a 15 giovani tra i 20 e i 25 anni provenienti dai Refugee Camps l'opportunità di una formazione di alto livello, indagando nuovi modelli di rappresentazione della realtà dei Refugees, leggo dal protocollo che ho qui sotto gli occhi "a two-year process over the question of visual and cultural representation and its narration"... in sintesi ti posso dire che l'intento è uscire dall'abusata accezione del "profugo=vittima" e quindi soggetto solo ad azioni assistenziali, per farne emergere l'aspetto di "agente politico". Se ci pensi la questione dei rifugiati tiene in piedi buona parte della dimensione conflittuale, parallelamente a quella degli insediamenti illegali dei coloni. Non si può ignorare che è proprio all'interno dei campi profughi che sono sorte e stanno tutt'ora emergendo nuovi stimoli socio-culturali. E politici.
gadžo: Da chi nasce il progetto? DAAR?
غريب: No, ma le persone dietro DAAR (www.decolonizing.ps) ne costituiscono la dinamo progettuale, curandone il coordinamento scientifico, mentre la macchina organizzativa, economica e formativa è sostenuta attraverso una partnership tra GIZ (www.giz.de), UNRWA (www.unrwa.org), Al-Quds University e Bard Honor College (www.alqudsbard.org).
gadžo: Quindi porterete i ragazzi all'Università...
غريب: Questo è il bello, sarà l'Università del Campo NEL Campo! All'interno del Deheisheh Refugee Camp, proprio dietro il centro culturale Al-Feneiq (www.phoenixbethlehem.org).
gadžo: Bello! Questo non l'avevo capito, mi sembra una cosa da mettere in rilievo... anche il fatto che i 15 saranno pagati per due anni, letteralmente lavorando alla propria crescita, mi sembra un aspetto assolutamente innovativo. Da dove vengono i partecipanti, come sono stati selezionati?
غريب: È stato emesso un bando, praticamente in tutti i campi della West Bank attraverso i luoghi tipici dell'aggregazione e il passaparola dei capi villaggio, che hanno una fotografia più chiara di chi, tra le giovani leve, si distingue per avere un'energia particolare per poter emergere... quella spinta che, come sai, ti può anche deprimere se il contesto non ti permette di integrarla socialmente, di riconoscerla. È molto bella questa raccolta di "sognatori", non credi?
gadžo: E me lo chiedi... ma tu dove stai ora?
غريب: Sono ospite da amici, ma fra qualche giorno andrò a vivere nella guesthouse in Al-Feneiq, nel Campo, è importante respirare la vita della comunità...
gadžo: Big bro! La tua prima residenza in un campo profughi?
غريب: Sì!
gadžo: In quanti vivono al Deheisheh?
غريب: Per curiosare sulle cifre ti rimando a questo link dove sono riportati tutti i campi > http://www.unrwa.org/etemplate.php?id=103
gadžo: Ma, in due parole, cosa stai facendo in questi giorni...
غريب: Sto progettando gadžo... gli spazi e gli arredi, un simbolo per la segnaletica... a questo proposito intratterrò uno scambio con altri Re:Habitat, Roberto (architettura e design) e Sara (comunicazione) da Bologna.
gadžo: Grazie per queste prime pietruzze bro, ti seguo…e che la strada ti sa aperta
غريب: Mesci... mal salam!
Feb 12
Feb 12
Bordless minds.
Flashback. Guidando verso Jericho, ormai nel deserto del fiume Giordano, A. mi accende con questa visione: “pensa che in mezz’ora potremmo essere ad Amman…”. Poi, guardandomi con sguardo furbo: “… e da lì, in 3 ore, c’è Baghdad! Ci vogliono solo 5 ore di macchina per arrivare al Cairo”. Aggiungo: “… e magari poi continuare verso Teheran… e poi Kabul! Pensa cosa dev’essere stato il Medio Oriente...
Feb 10
Un campus che nasce dal Campo.
Il più grande regalo che sto ricevendo da due giorni, giunto a Betlemme, è sentire quanto mi sia necessario stare qui per vedere, una volta tanto, le cose arrivare senza cercarle. Materia prima per il pensiero e per le emozioni. Finalmente, sono richieste risposte sensate. È un ambiente duro, impresso sui muri, sul territorio e sulle espressioni della gente. Eppure le cose si muovono per...
Feb 7
Feb 7
Snow. Slow. Bow.
Dal deserto di neve al deserto vero, quello di sabbia, può essere un salto breve. Prendi un aereo da Toronto e vai negli Emirati, per esempio. Da Bologna a Jericho non immaginavo di poter vivere in prima persona un simile cambio di scenario. Di assaporarlo un pò per volta, come si usava un tempo. Partenza il 30 e arrivo il 31, questo era il programma. Trasformatosi da routine di viaggio aereo...
Feb 6
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