Snow. Slow. Bow.
Dal deserto di neve al deserto vero, quello di sabbia, può essere un salto breve. Prendi un aereo da Toronto e vai negli Emirati, per esempio.
Da Bologna a Jericho non immaginavo di poter vivere in prima persona un simile cambio di scenario. Di assaporarlo un pò per volta, come si usava un tempo.
Partenza il 30 e arrivo il 31, questo era il programma. Trasformatosi da routine di viaggio aereo stile teletrasporto a lato complicato della mobilità globale. Condizioni meterologiche avverse che si combinano con la matrice degli scali internazionali, in un’avventurosa combinazione di possibilità. Non più certezze.

Come da abitudine per il mio annuale viaggio in Palestina, mi preparo al cambiamento e a rispondere alle domande della polizia di confine israeliana. Ho scelto di fare un giro più lungo, questa volta, per non rischiare che i 3 mesi di cui chiedo il visto e necessari a svolgere il mio lavoro, non vengano penalizzati dal più rigido trattamento a Tel Aviv. Anche se recentemente si fanno più severi anche sul “border” orientale. È comunque una mia grande curiosità fiondarmi direttamente in un panorama medio-orientale, senza il tappeto rosso dell’occidentalità.
Istanbul, il 30 gennaio, è sotto la neve. Il 31 pure. Scalo bloccato.
Il primo febbraio è la volta di Bologna, dopo un’avvisaglia nella notte precedente. Una notte e un giorno hanno sepolto la città sotto mezzo metro di gelido cotone. Le news parlano di un’ondata di maltempo che potrebbe durare fino a metà febbraio… disfo la valigia? Aspetta… Due giorni in più di sosta mi fanno bene, molto bene a dire il vero. Ma l’idea di rinviare a tempo indeterminato mi innervosisce. Guardare la neve che continua a depositarsi silenziosa, invece, mi calma. Bipolarità metereopatiche.
Il 2 febbraio l’aeroporto Marconi conferma il volo. Anche Istanbul è libera. Guardo dalla finestra: la neve sembra arrivare da ogni direzione… metteranno gli scii all’airbus? Mi fiondo in aeroporto: agli scii il capitano della Turkish Airlines ha preferito dirottare l’aereo su Venezia, dove ci porteranno con un bus su ruote. Piedi per terra. Accetto questa possibilità viste le previsioni dei prossimi giorni e la garanzia che riuscirò a prendere la coincidenza per Amman. Mi sembra davvero che tirarsi indietro, a questo punto, significhi mancare l’appuntamento con un piccolo e raro varco spazio-temporale degno di un film fantascentifico. “Porta d’Oriente” il titolo.
Il bus su cui sono salito assieme ad altri 50 passeggeri, arriva a Venezia attraversando una pianura padana umida e sgombra. Ma l’aereo è già partito e a noi resta il collegamento delle 21.00. Non riuscirò mai a centrare il mio cambio. Ad Istanbul infatti mi aspetta una coda di due ore circa (con scene di ordinaria rabbia collettiva) per farmi accogliere la notte, con tanto di trasferimento in taxi andata e ritorno per l’aeroporto Ataturk. Le strade sono vuote e tranquille ma il tassista forse vede un mondo diverso lanciandosi in una corsa pericolosa verso Beilur, non lontano dal Gran Bazar, dove si trova l’hotel Angkun. Rischiamo un tamponamento a 100 km/h. Mi sentivo più sicuro in aereo.
Approfitto alla grande il 3 febbraio per farmi un giro ad Istanbul, in una parte che conosco poco, avendo frequentato tre anni fa solo Beyoglu e Istiklal. Un bel brunch di pesce fresco alla griglia, sardine e orata in pioggia di limone, accompagnate da ayran, in una maschia cucina che scende verso la darsena.
Con le mani ancora pregne di odore marino, attendo il passaggio assieme a Derar, un effervescente signore giordano, rappresentante di piastrelle che ha trascorso parte della sua vita a Sassuolo e un veterinario di cavalli diretto a Damasco. Dicono e si augurano che Bashar Assad non cada, sennò è il disastro, trasformando la Siria in un covo di salafiti estremisti. “Meglio le cannonate a caso sui centri abitati?”.
È un altro tassista questa volta a compiere un’impresa ardita: in evidente ritardo, portarci all’aeroporto in tempo. Si dice che strombazzare in coda non abbia senso, che rubare un metro in sorpasso sia un’inutile stupidata. Non dico che abbia fatto la differenza, ma questo baffuto ometto ci ha portati a destinazione pazientando e schivando una trama automobilistica che a noi sembrava inestricabile. Attraversando questo meraviglioso cancello euroasiatico che riflette minareti sull’acqua del Bosforo.
Il volo per Amman è in ritardo. Strano… e allora calmati, goditi la permanenza e rifletti sul tuo passaggio verso la Terra Santa. Mi fa compagnia Derar, raccontandomi che ora vive ad Amman con la moglie trevigiana. È voluta andare lei a vivere in Giordania, mi dice, “io volevo restare”. Parliamo di prospettive di vita, di quanto sia dura piantare un’attività autonoma in Italia. Di come si possa fare una fortuna lavorando sodo in edilizia in medio oriente. Dei diritti delle donne, secondo lui più bistrattati in Italia che in Giordania. Per aria, sorvolando Cipro e Libano, scopro al mio fianco un ragazzo allevato da Arafat, ora al servizio di una proto-ambasciata palestinese ad Oslo, di ritorno a Ramallah dopo tre anni per una visita parentale. Fuori dal finestrino, le luci delle città rivelano il particolare impianto urbanistico arabo… fitte galassie bianche e raggrumate, unite da gialli filamenti infrastrutturali.
Amman, ore 23. L’odore del deserto dichiara un ulteriore cambio di paesaggio. Il mio bagaglio non si trova. Con me al desk del pianto, altri umani in spostamento indicano il modello smarrito su un campionario che mette insieme colore, consistenza e dimensione del contenitore. Derar si offre di accompagnarmi in taxi fino a un crocevia dove poter prendere in sicurezza un altro taxi verso il mio ostello, lasciandomi pure il suo biglietto da visita in caso di necessità. “Qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno”. Mi sento protetto. C’è prossimità.
Mi prende in consegna Hamza, trentunenne tassista con poco inglese sulle spalle. Secondo lui l’ostello dove sto andando non è buono perché “qadim”, antico come la parte di città in cui si trova. Misero. Tipico. Non come la nuova Amman, fatta di servizi, negozi, hotel 5 stelle e centri commerciali. Cambia idea arrivati a destinazione, forse ne conosce il proprietario. In questo ostello frugale, pulito e un pò fricchettone trascorro 2 splendidi giorni e 2 notti animate dalla musica in strada. Visito la città “qadim”. Conosco Alexandro, illuminato ventottenne brasiliano che viaggia il mondo una volta all’anno per vedere come vive e pensa la gente. Incrocio un gruppo di donne in fuga da Damasco che per varcare il confine ha dovuto dichiarare che andava a trovar parenti e che nella capitale era tutto a posto. A noi hanno raccontato invece scenari balcanici di stupri etnici. Dicono e si augurano che Bashar Assad cada al più presto. Che se anche Aleppo insorge, non c’è più speranza per lui.

Da queste parti, tangibile negli incontri e nelle parole, lo status conflittuale e bellico si alza d’improvviso. Soprattutto, qui diventa reale e le opinioni si fanno piccole dinanzi alle persone.
La notte del 5 febbraio, compare nella hall la mia valigia.
Di giorno, saluto tutti e salgo su un taxi che per 20 dinari giordani mi porterà al ponte King Hussein per passare la frontiera. Prima, il filtro della milizia giordana. Pratiche di routine, il dazio, il trasporto oltre il ponte. Dove unirmi ad altri passatori. Forza, gli ultimi metal detector, togli la cintura rimetti la cintura, chi sei e chi non sei. “Cosa sei venuto a fare?”. Alla guardiola, mi gioco la carta della spiritualità. Incontro evidentemente occhi spirituali che accolgono il mio pretesto (non mi credo così convincente come vorrei essere…).
Sono a Jericho, con tre mesi di visto, il 5 febbraio.
A. e S. mi raccolgono con un breve ed eloquente saluto. Non serve altro. Uno sguardo e ci siamo già raccontati il piacere di vederci senza troppi convenevoli e moine. Sono le 15.00 e ci scaldano 20°. Andiamo in un bel posto a mangiare hummus e costolette all’ombra di qualche palma.
Non mi dispiacerebbe, per un attimo, tornare indietro ad una fiabesca Bologna che in questo momento dorme sotto un metro di neve silenziosa.
