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Un campus che nasce dal Campo.

Il più grande regalo che sto ricevendo da due giorni, giunto a Betlemme, è sentire quanto mi sia necessario stare qui per vedere, una volta tanto, le cose arrivare senza cercarle. Materia prima per il pensiero e per le emozioni. Finalmente, sono richieste risposte sensate.

È un ambiente duro, impresso sui muri, sul territorio e sulle espressioni della gente. Eppure le cose si muovono per necessità. Attraverso gestualità spiccie e senza fronzoli, estremamente pratiche. Lontane da vittimismi, furti d’affetto e acrobatiche diplomazie.

Ma mosse da intenti premurosi, a loro modo.

Come chiaccherare in strada e ricevere perentoriamente una sigaretta per trattenerti in conversazione (“smoke!”), oppure il tè per darti il benvenuto (“this is from me”). Puoi anche avere la sensazione che ridano di qualche tuo particolare. Va bene. Arriva comunque un gesto di accoglienza, subito dopo.

Il lavoro che dovremo svolgere è complesso e tortuoso, si parte da zero. È, quindi, il massimo che un progettista possa desiderare. Come accompagnare 15 neo-laureati, abitanti in un campo profughi, lungo un percorso biennale che li porti ad assimilare strumenti per una nuova rappresentazione dei Refugee Camp… e da qui innescare azioni di sviluppo per l’intero habitat? Come essere presenti e non invadenti nel loro sforzo di coinvolgere altri individui, senza derubare la collettività dei suoi processi sociali… anzi, camminarvi a fianco? Nel frullatore politicizzato che conosciamo.

I ragazzi verranno pagati per frequentare lezioni e seminari. E questo è già di per sè abbastanza storico.

Per il momento partiremo dall’hardware, ovvero lo spazio che il Deheisheh Camp ha messo a disposizione. 

Ne vanno disegnati gli arredi, immaginati gli ambienti di lavoro, tematizzate le aree e improntata una comunicazione visiva in grado di generare un contesto di lavoro e di incontro il più possibile unitario. Una dimensione in grado di far scattare un senso di appartenenza, diversità e accoglienza al tempo stesso. Plurale nelle funzionalità e aperta nelle possibilità. Ci orientiamo verso archetipi, poiché le proposte formali del Campo sono già ricche e libere devono rimanere da impronte stilistiche autoreferenziali.

Il rilievo preliminare ci aiuterà a definire le destinazioni d’uso e il posizionamento degli arredi, i cui disegni vanno spediti al più presto ai fornitori per la gara d’appalto.
Oggi, visionato il budget complessivo, è possibile fare una quantificazione di massima dei materiali necessari alla produzione.

Ieri, accompagnare a Jericho A. in viaggio verso l’Europa, mi ha ridato un pò di dimestichezza negli spostamenti autonomi in automobile. L’attenzione, forse un pò paranoica ma giustamente precauzionale, verso la strada, i segnali e il paesaggio mi hanno fatto tornare ai tempi delle prime guide dopo l’esame della patente. 

Chiaccherando: di quale immaginario nutrirci, per rimanere leggeri e aperti?
Arcipelaghi, isole. E nidi.

Ho la sensazione che sarà un avventura strepitosa.

Oggi ho ricevuto il primo stimolo sonoro di Gaspare: un accordo tra me e lui prevede che per ogni post del diario “Gas” (sofisticato, appassionato esperto e critico musicale di sentireascoltare.com) mi invii un album a sua scelta. Una specie di dialogo multimediale. Un ascolto per me nuovo i Seefeel. Sonorità sintetiche, armonie dilatate e ritmiche ondulatorie.

La perfetta colonna sonora per un viaggio dal respiro mantrico, forse incerto. Ma sempre pieno.

Mercoledi 2/8/2012