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Bordless minds.

Flashback. Guidando verso Jericho, ormai nel deserto del fiume Giordano, A. mi accende con questa visione: “pensa che in mezz’ora potremmo essere ad Amman…”. Poi, guardandomi con sguardo furbo: “… e da lì, in 3 ore, c’è Baghdad! Ci vogliono solo 5 ore di macchina per arrivare al Cairo”. Aggiungo: “… e magari poi continuare verso Teheran… e poi Kabul! Pensa cosa dev’essere stato il Medio Oriente un tempo”. E chiosando conclude, con un sospiro: “Ecco. Questi sono i danni irreversibili del colonialismo. Separazioni”.

S. mi rende partecipe di un’idea che negli ultimi giorni la anima particolarmente. Si tratta di investire in un terreno, in una zona della Palestina (tralascio i dettagli) dove progettare e costruire una casa di vacanza. È una sfida vera e propria alla matassa burocratica palestinese, indissolubilmente aggrovigliata alle vicende geopolitiche già note. Entrare in un simile processo, da come me lo descrive, darebbe il voltastomaco a chiunque. Lei no. Madre, attivista, progettista e responsabile di rilievo presso un’organizzazione internazionale… si diverte. “Per me sarebbe un’ulteriore occasione di sfida all’immobilismo, già non vedo l’ora! Voglio fare questa cosa per me, mio marito e le mie figlie. Per me i limiti sono uno stimolo… sai che palle progettare senza difficoltà? Sennò mi annoio…”. La prendo in giro: “sembra che non hai un cazzo da fare tutto il giorno…” mimando una vezzosa figura che si lima le unghie e sbuffa della vita.

E ride.

Sono al Campo. Lavori in corso nel futuro nido refugee di pensabilità future. L’ambiente è un cantiere e Maw sta spennellando con precisione il mordente sugli stipiti di legno, appena montati. Ci guardiamo, ci salutiamo. Piegato sulle ginocchia per l’ultimo passaggio di vernice, lo accompagno sedendomi a terra. “Know Ebrew? I know Ebrew…” – “No… I’m sorry…” rispondo. E niente inglese. Per un quarto d’ora mi tiene incollato con le sue parole in arabo. La sua gestualità mi fa capire tutto il discorso pur non sapendo io che tre vocaboli del minimo sindacale per la cortesia di strada. Prende una media mensile di 300$ per fare questi lavori… era ben diverso prima degli accordi di Oslo, prima del muro. Andava a lavorare in Israele, lì si guadagnava bene. Poi tutti questi matti che sparano hanno rovinato tutto. A lui non interessa… che assurdità, perché? Mimando di tagliarsi e far sgorgare il sangue mi sta dicendo: “Il sangue. Tutti abbiamo lo stesso sangue, siamo una cosa sola”.

Prendo colazione, cerco il caffè. Majdah, l’operatrice domestica, mi indica “kahua”. E trovo il caffè. Qualche chiacchera indicando gli oggetti e prodigandoci in mimi per colmare la deficenza linguistica. Mi mostra i suoi figli sul cellulare. Il maschio è stato cinque anni in carcere per aver preso parte ad un lancio di pietre contro i soldati. Poi, ridendo, esibisce un’immagine della figlia, più o meno 16 anni, che si punta la pistola alla tempia con sguardo ganster. Prima ancora, il marito morto. E non voglio sapere come. Me lo immagino. È animata Majdah. Energica, con il volto pieno incorniciato da un velo bianco e celeste a fiori e un forte eye-liner agli occhi. Molto in uso qui. Ci beviamo il caffè, fumiamo una sigaretta e poi ognuno ai propri lavori.

Problemi grossi con le linee e il web, da un paio di giorni. Jawwal è col culo a terra in tutta la Palestina. Proprio al mio secondo giorno con il nuovo numero… nemmeno il tempo di godermi l’effetto novità. Dicono che un attacco hacker abbia interrotto seriamente i servizi. Sarà una furbissima scusa della compagnia telefonica? Da qualche settimana in realtà leggo notizie simili sul canale BBC. Prima i neuromanti israeliani mettono k.o. la Wall Street degli Emirati. Due giorni dopo sono anonimous arabi a sabotare il network di un’importante azienda israeliana. Cannonate invisibili che attraversano fibre ottiche e satelliti iper-scrutanti, sembra un paradosso.

In equilibrio sul filo, tengo questa frase di S. che mi ha conquistato assieme al suo progetto pasionario. “Per me i soldi servono solo a fare dei progetti che producono immagini bellissime nelle menti delle persone e con queste immagini le persone costruiscono altre possibilità. Guarda… di questo sono fermamente convinta”. Mi ricorda qualcosa di simile, che A. mi disse un paio d’anni fa: “potrebbero lasciarmi fuori dai bordi al mio prossimo rientro, un giorno o l’altro. Potrebbero espropriarci, da un giorno all’altro. Ma allora dovremmo aspettare, per dar vita alle nostre idee, alla nostra idea di benessere… il momento in cui ce lo garantiranno? Non lo faranno mai, è il loro gioco. Allora sai che ti dico? Dovessero mandarci via domani, io i miei progetti li metto in piedi ora. Potrei attendere anche una vita intera, altrimenti, prima di realizzare qualcosa. Preferisco l’eventualità di lasciare quel che ho concretizzato”.

E guarda un pò ora… una famiglia, una casa anomala, stupenda. Un pensiero influente. E Campus in Camp.

Venerdi 2/10/2012