Hebron.
Ogni giorno che passa si accumulano e verificano punti di vista apocalittici, mentre si sfocano e deformano via via le immagini di quasi vent’anni fa in cui si stringevano la mano Peres, Rabin e Arafat. Più Nobel per tutti.
La realtà è che quelle immagini di pace, tema ricorrente negli anni ‘90, deformate lo erano in partenza, a misura dell’ingenuità mia e collettiva mentre oggi mi si rivela il palco fragile e interessato sul quale erano state costruite.
Attendo Hebron con un pò di tensione. Non so cosa aspettarmi, quando le voci attorno e le informazioni online prefigurano un piccolo inferno.
Lungo la strada, ancora a Betlemme, sventolano gli stendardi alternati di Arafat e Abu Mazen. 1km così, svuotato di senso e di programma politico, inutile. Completato dall’ultimo stendardo che ritrae un vecchio Arafat con Saddam.

Lungo la bus-road, fatta quasi apposta per celare le colonie illegali, in realtà qualcosa si scorge. Sono principi di villaggi, fatti di palazzoni o di cottage. Non sapendo che la Comunità Internazionale le ha dichiarate un crimine, tra i tanti, contro il popolo palestinese (visto che ci troviamo nei Territori Palestinesi), si direbbero anche delle case “carine”, nel senso comune.
Gli oggetti più inquietanti, perché spudorati e improvvisi, sono le torri di vedetta dell’esercito che controllano i percorsi e proteggono i coloni. Come giganti pietre miliari, marcano il ciglio stradale ampliando, se ce n’era bisogno, l’idea di un territorio ormai totalmente militarizzato. Comincio a rappresentare, con gli occhi, quella che prima era solo un’idea: lo stato di una guerra continua.

Hebron “cova” al suo interno, nel tessuto della città storica e del suo bellissimo mercato di strada, 4 dei 485 insediamenti illegali d’Israele nella West Bank. Gli altri 16 all’esterno.
Nella città abitano 500 coloni.
300 soldati a proteggerli. Qualcosa non torna.
Si raccontano e documentano pratiche di quotidiana espansione e occupazione illegale, umiliazione, intimidazione, assassinio. Secondo quanto riportato da operatori sul territorio.

Ad oggi lo Stato d’Israele ha annesso più del 40% di quella che era chiamata Palestina. Una sorta di macchia di leopardo strategicamente pensata per ricongiungersi lentamente, conquistare il centro della città e progressivamente estendersi cacciando chiunque rivendichi autonomia. La tecnica è raffinata, in questo modo si frammenta la comunità palestinese spezzandone i legami dall’interno separandola, confondendo le idee con regole di movimentazione ogni giorno diverse e senza più il bisogno di ufficiali confische manu militari.
Un esempio. se siete palestinese, abitate a Betlemme ed andate a trovare qualcuno che sta a Gerusalemme, non potete far tardi a chiaccherare, fare progetti, per una sbronza o dormire assieme. Semplicemente, non potete. Vietato. Alle 19 ognuno nella propria città con i consueti controlli di rito. Se andate a Ramallah vi va meglio, ma entro gli orari di apertura dei check-point.
Gli effetti che queste azioni hanno sulle relazioni, l’identità culturale e la stabilità emotiva sono agghiaccianti.

Back in Hebron, please. La città è divisa in Hebron 1 ed Hebron 2, la prima sotto il controllo di Israele e la seconda dell’Autorità Nazionale Palestinese. Queste due parti sono state create senza amministrare le presenze umane, cosicché i pochi palestinesi rimasti in H1 subiscono quotidiani soprusi, violenze fisiche e psicologiche, da parte di un’esaltata enclave ebraica proveniente dalla Florida per motivi puramente ideologici. È pieno di barriere e check-point interni alla città.

Sul mercato a cielo aperto, lungo le vie, hanno installato strutture e reti di ferro per bloccare la spazzatura che viene gettata dai coloni sui banchi e sulle teste. L’anno scorso una persona è stata centrata e seccata da una lavatrice.

E allora, che fai… resti o te ne vai?
Se te ne vai ottieni il permesso di un mese per gestire il trasloco, fare la spesa, ma poi non metti più piede in questa parte di città. Se ti beccano, ti sbattono dentro e ti interrogano per qualche ora.
Sotto il governo di Sharon l’occupazione ha avuto un nuovo impulso e i soldati hanno la licenza di arrestare in qualsiasi momento. O compiere azioni come prelevare 35 famiglie durante la notte e deportarle in un’altra zona.
Lo sapevate che Israele non ha dei confini ad oggi prestabiliti? Lo sapevate che non ha nemmeno una Costituzione? Io no.
Comincio a chiedermi cosa sia Israele… prima del mio arrivo partivo da un grado zero di aspettative, basandomi tanto per stare sul semplice sulla democraticità e sul progresso del mondo occidentale. Yes, very silly. Però è un presupposto che aiuta a non partir subito a muso duro e ti costringe a tracciare una mappa del complesso sistema su cui si regge questo nostro immaginario. Una nazione in cui si parlano 57 lingue, dove co-abitano polacchi ortodossi, arabi ebrei, arabi musulmani, cattolici, russi, etiopi, aschenaziti europei ed americani e riconosciuto come un fatto che molti si siano convertiti all’ebraismo per usufruire dei sontuosi vantaggi economici elargiti dallo Stato d’Israele, ecco… comincio a pensare che sia una società molto più divisa di quanto crediamo (con note forme di razzismo interno) e che forse abbia bisogno di un nemico e un obbiettivo comune per riunire queste diversità.
Hebron è un caso emblematico. In questa città la dinamica è la stessa del territorio cisgiordano, ma su scala ridotta. Immaginate di essere negli anni ‘50 e di camminare per le vecchie strade di una città come Palermo o Trani. Però divisa da cancelli, muri, reti, spazi liminali che bloccano improvvisamente il cammino, vigilata da telecamere hi-tech e presidiata da soldati. E, improvvisamente, vi trovate sul set di Terminator-4.

Le confische vengono eseguite senza decisioni ufficiali accompagnate da un pezzo di carta, quindi non esiste una documentazione alla quale appellarsi. Dove c’erano negozi e il commercio relazionale tipico del sud del mondo, ora ci sono porte chiuse, spazzatura e desolazione. O un check-point.
Esistono aree divise da 2m di spazio-confine, ma l’unica strada praticabile per i palestinesi per raggiungere l’altro lato è un tragitto lungo 9km!!! Very smart…
Li cerco con lo sguardo ovunque, questi coloni, e non li trovo. Pare che non si vedano spesso in giro a parte per le loro scorribande, a volte armate, e che non facciano parte della collettività hebroniana.
Il direttore locale del Christian Peacemakers Teams (attivissimi nell’assistenza sociale alle famiglie palestinesi), Mr. Brown, una sera è stato rapito e brutalizzato: picchiato, fratturate le braccia e rasata la testa. Complimenti.
Se volete fare due passi nella moschea, dovete sorbirvi 3 check-point.
Non esiste una legge militare per l’area, il che significa che l’esercito può fare ciò che vuole. Per dire il vero in tutta Israele non esiste una legge militare, sulle cui questioni decide un organismo che ironicamente si chiama Civil Administration.

Insomma il meccanismo è questo, che sia una brulla collina o una città: esiste una sorta di lobby dei coloni, tipo Settlers Organization, nazionale ed internazionale, che attraverso fondi privati e donazioni alimenta la causa degli insediamenti. Questi nuclei si muovono in forma quasi autonoma e lo Stato offre il presidio militare. E, diciamolo, qualcosina in più visto che i soldati non fanno solo da scudo nelle aree “pacificate” da innumerevoli trattati, protocolli e concordati. Che però ribadiscono: gli insediamenti sono illegali.
C’è un preciso progetto dietro tutto questo. Sfiancarti, finirti o farti incazzare.
Perché caso numero uno, se il progetto è conquistare un paese, ditelo. Ma le modalità sono diverse e un pò più decise.
Se, caso numero due, il presidio è necessario per combattere l’illegalità e i terroristi (apro e chiudo una parentesi), ancora una volta le modalità sono diverse e non richiedono questo apparato architettonico e urbanistico.
Se, caso numero tre, volete conquistare un paese ma farlo passare come una questione di sicurezza nazionale, allora è perfetto. Infatti la Corte Internazionale vi darà ragione.
Yalla bye.
