Barba e capelli.
Per smaltire un pò di pesantezza pilifera, X mi manda dal suo coiffeur di fiducia.
Andare dal barbiere è in sè una forma di fiducia. Che ho sempre riposto in un uomo generalmente anziano e con una certa esperienza di lame. Una sorta di rituale che mi riporta ogni volta ai tempi dei matrimoni degli amici pugliesi in cui si andava in collettivo prima della cerimonia. O agli ultimi sopravvissuti della categoria nel quartiere di San Donato a Bologna. Mi aspetto quindi di entrare in un sancta-sanctorum della schiettezza e della saggezza del caleidoscopio popolare palestinese.
E invece: caleidoscopico spiazzamento e tuffo antropologico. Al suo interno due adolescenti molto curati attendono silenziosi e svogliati un loro amico, già seduto e nelle mani di Redan che gli sta apportando un taglio corto ma intarsiato con il rasoio elettrico. All’interno, Soul/R’n’B/Hip-hop radiofonico in arabo.
“Marhaba… everybody waiting?”. Mi dicono di sì oscillando più volte la testa all’unisono.
Hanno tutti in comune felpe e jeans tatuati di jacquard e sneakers bianche. Compreso Redan, che è poco più adulto. “…it was X that sent me here…” - “…who?! Ah! The man with the Wolkswagen Bora!” - “Yes it is!”. Avrò presto modo di accorgermi dell’importanza di questo dettaglio automobilistico.
Anche quando comincia a lavorare la seconda testa (un’impressionante serie di accurate pennellate di pomata, tempo totale 30 minuti in 3 distinte sessioni) ad ogni sgommata e inchiodata sulla strada di fuori, il giovane barbiere si fionda all’esterno cercando con lo sguardo a destra e sinistra quale bolide ha cantato il suo ruggito di potenza. La scena si ripete varie volte anche durante il turno del terzo ragazzo. Poi tocca a me.
Short machine cut and all the beard off, please.
Il taglio del capello è rapido. Più impegnativa questa difficile e ispida barba, che il rasoio strattona e mi trasforma il collo in una fragola. Vivendo alcuni momenti di autentico gelo quando la lametta si distacca improvvisamente, seguendo la mano di Redan che in un attimo è fuori dalla porta ad osservare l’ultima sgommata. Il dio-auto ha fatto il suo ingresso in Terra Santa.
Dopo il lavaggio, guardo ancora questi ragazzi mentre ne entra un altro per ridurre a 1 i 5mm di capello. Fanno in qualche modo parte di una stessa crew o zona. I primi due cominciano ad ammiccarsi come reciproco complimento e approvazione al taglio.
Interrompe il quadretto l’ingresso di un bambino di 8 anni al massimo, sguardo perso, viso sporco e abiti impolverati a chiedere qualche Sheqel. Niente da fare. Con lo stesso ritmo e occhio vacuo esce dal locale. I volti, anche se per un attimo, si abbassano. Il piccolo è in fondo un fratello e il loro pensiero non sta probabilmente percorrendo i luoghi comuni del rom/indio/scugnizzo. Comunque un marginale, nella nazione marginale. Non è scattata la domanda “chi è la tua famiglia?”, essendo le famiglie ancora un nodo e un tribunale fondamentale per l’equilibrio e l’ordinamento sociale.
Esco dal Redan Salon salutando, ringiovanito anch’io dalla rasatura e trasponendo la scena nel mio contesto natale.