Everything is politics.

Oggi ho piantato un albero.
Qui a due passi una coppia di giovani inglesi, con alle spalle svariati viaggi in sudamerica e un bagaglio di esperienze in agronomia, ha sentito, pensato, deciso di sistemare una casa abbandonata e diroccata, ma saldamente ancorata al fianco di una meravigliosa valletta per qui avviare un progetto di piantumazione. Molto ben fatto per la verità, nulla di improvvisato. Un micro laboratorio di autosufficienza attraverso la coltura e il riciclo. La valle è snella, verdissima e speciale, modellata da terrazzamenti, tanto da farmi ricordare di essere nel panorama ambientale mediterraneo e non in uno sperduto deserto del medio-oriente.
L’esile fuscello, per quanto giovane, ha bisogno di una buca abbastanza grande in modo da ricevere più umidità possibile, quindi si parte di picozza e di tanto in tanto una svanghettata per togliere la terra frantumata. Osservo T. scavare con mestiere. In t-shirt tutto il tempo. Io e P. indossiamo un maglione e un giubbino. Gli dò il cambio e il primo strato di vestiario se ne va assieme ad altri 20cm di terra. Un giusto scambio nella formula di trasformazione energetica. Comincio a faticare dopo un paio di turni e sento che il mio fisico non è preparato quanto il mio spirito in quest’azione. Ormai la buca mi sembra abbastanza grande che quasi ci entro. Mimo una scena in cui al colpo successivo ci casco dentro stecchito. “Is it enough?” - “Much more!”. E avanti così per un altro quarto d’ora finché it’s enough.
Troppo tempo a pensare, progettare ed editare… invidio T. mentre ora corre, corre e corre lungo tutta la valle a prendere un sacco di “shit” per preparare un letto di concime con escrementi di capra e paglia. Ritorna, ovviamente correndo, con il profumato bottino, lo stende e ora è il turno della terra. Con le mani ributtiamo dentro una parte di ciò che abbiamo tolto. La terra. La palpo e la lascio per qualche secondo fluire tra le dita… è tiepida, rossa e granulosa. Poi è il turno delle pietre e scovandone parecchie lì attorno copriamo il manto in modo che la mattina raccolgano la rugiada che mantiene l’umidità del terreno. Sotto, assieme alle radici, lasciamo semi-sotterrate due bottiglie di plastica dell’acqua con il fondo tagliato, della stessa marca e forma per incastrarsi meglio tra loro e fungere da imbuto d’innaffiamento. Vi gettiamo all’interno la prima bevuta dell’albicocco dopo il trapianto. La sua sfida ora sarà sopravvivere al primo anno e solo dopo questa fatica esplodere in ciò che deve diventare.

Qui sopra, il bordo della colonia a diretto contatto con un abitante a tempo determinato. Un pastore proveniente dalle famiglie beduine. Quanto gli offriranno per andarsene? Molti soldi, pare. Se rifiuta un modo per inghiottirlo comunque c’è. È uno strumento che conosciamo bene e si chiama esproprio.
L’unico modo legale di sottrarre i terreni dalla macchina sionista è renderli produttivi.
Non importa che il vostro appezzamento, casa inclusa, vi sia stato tramandato da 20 generazioni. Dopo le intimidazioni e le azioni di disturbo arriva la burocrazia, che appellandosi all’ottocentesca legge ottomana, decreta che se il terreno non ospita un’attività redditizia appartiene allo Stato. Indovinate quale. È facile, ce n’è solo uno.
L’unica documentazione ufficiale ammessa è il fotopiano, la foto aerea. E a permettersela sono davvero in pochi. Se proprio avete una gran voglia di andare in tribunale perché vi hanno bruciato il raccolto, può succedere di trovarvi sotto il naso un fotopiano ritoccato con Photoshop.
(Ma va là…)
Invece è successo. Cose che capitano.
Come capita che anche David piantumi. Pini. E.W. ci racconta che sotto i pini qui non può crescere sottobosco e quindi il nutrimento per le capre dei pastori beduini. Quando c’è del genio, bisogna riconoscerlo.
Per quanto vi può andar bene? Non si sa. Potrebbe dipendere alla fine dall’acqua, il vero problema di questa terra. King David ha la tecnologia per portarla, ma blocca il più possibile i tentativi di autonomia infrastrutturale di Stateless. Molte case si dispensano dalle condotte che portano l’acqua alle colonie, ma appena la pressione non è più sufficiente a garantire un ottimale e costante flusso ai settlements, le deviazioni Stateless vengono chiuse.
E ora, per il momento audiovisivi, un contributo dallo stivale (thanx Kalì).
http://www.webislam.com/?idv=2061
Da CAMP, le uniche parole a risonare sono quelle di Omar e Munir. L’uno dice che bisogna partire dal decolonizzare noi stessi, dalla rimozione dei check-point mentali che ci impauriscono, ci bloccano e ci fanno rassegnare. La scimmia della sconfitta.
Munir… il vecchio Munir. “Talking about architecture. Decolonizing… we have first to decolonize our water and our shit”. Pure la merda si sono presi? Neeee… questa no dai. Vuoi farmi credere che le fognature sono di King David e la tua merda concima i loro campi? È per questo che i due inglesi hanno un modello di compost-toilet? Per essere indipendenti nella concima?
Le palle girano, girano, girano vorticosamente. Per tanti motivi.
L’importante è trovare il centro di rotazione e sul quel centro imperniare un circolo di rabbia propositiva e tenace.
Qui dicono che non faranno la parte delle vittime buone e gentili, offrendo la nuca.
Mi auguro neanche noi che di merda ne abbiamo da vendere.