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Battir.

Battir è un luogo speciale.
Lungo la strada apprendo dalle mie guide altri piccoli dettagli che compongono il set disposto dalla macchina del controllo. Come l’obbligo Stateless in alcuni tratti di passare attraverso dei tunnel e il progetto in fase di realizzazione di una rotonda check-point dove ora si radunano taxi e services, unico modo da Beit Jalla di arrivare motorizzati a Battir e d’intorni.

Presto o tardi questo moto-raduno sparirà e le avvisaglie sono le sempre più frequenti e salate multe dispensate da agenti in borghese. Innanzitutto, demoralizzare. Il progetto è isolare tutta l’area per raggruppare un insieme di colonie in un’unica urbanizzazione di cui farebbe parte anche la terza colonia della West Bank, in ordine di grandezza.

Arriviamo intraprendendo una sconnessa mulattiera (con sosta check-jeep militare), un tratto di E60 e poi la strada comunale.
Le wadi (vallate) di Battir ospitano meravigliosi terrazzamenti coltivati.
Raccogliamo della salvia e un’altra pianta aromatica che ci profuma le mani. Siamo seduti sulle pietre a buttare quattro parole al vento (ce n’è davvero molto oggi) sull’occupazione e sul tentativo di pianificare in un contesto in continua mutazione ed una macchina di inesorabile efficienza come avversario.
Ci avviciniamo ad un casolare demolito dagli israeliani perché in zona C. Di per sè davvero brutto e un crimine contro la natura. Un modo poco colto ma necessario di integrarsi con il territorio è stato punito in realtà non perché eco-mostro, ma per dissuasione contro qualsiasi grillo di auto-determinazione. S. Mi fa notare, con un colpo di archeologia della distruzione, che i ferri scoperti in realtà sono di vecchio tipo, lisci e senza la filettatura oggi in uso. Si tratta quindi molto probabilmente di una demolizione recente di un fabbricato vecchio.

Tra i tanti danni dell’edilizia palestinese al territorio, c’è n’è uno che cattura la nostra attenzione lungo la strada. Un villone holliwoodiano che devo assolutamente fotografare e che si rivela un piccolo racconto sui confini. Infatti, il probabile custode del cantiere allarmato dal nostro interesse e che la paura istiga a trasmetterci altra paura (attenti… la gente del luogo pensa che siate israeliani a caccia di abusi!) ci spiega come questo capolavoro sia stato eretto parte in zona B e parte in zona C (A: controllo amministrativo e militare palestinese; B: controllo amministrativo palestinese e militare israeliano; C: controllo amministrativo e militare israeliano). L’esito di questa sfida evidentemente dettata dal potere del denaro si è nel frattempo risolta in un blocco dei lavori.

Nel wadi più bello, lì dove dovrebbe passare il muro, per fortuna oggi c’è ancora un tratto della ferrovia ottomana che collegava Il Cairo a La Mecca. Grazie a questa sospensione di rigore, gruppi di palestinesi possono varcare il confine e approdare clandestinamente in territorio israeliano approfittando della notte, delle nebbie e della finta distrazione delle guardie forestali, lavorare in nero per un paio di settimane guadagnando otto volte tanto e poi tornarsene nella riserva.

Battir è una cartina tornasole dell’appendicite cronica di cui soffre la Linea Verde (quella su cui dovrebbe correre un netto e condiviso confine). Infatti le diverse zone definite a Oslo qui si sovrappongono e oltrepassano i confini come una composizione di Mirò. Il caos.

Dal punto di vista della… vista, non c’è niente da dire. Se non: “meraviglia”.

Lunedi 1/25/2010